Ritrovare l’equilibrio. Trekking in Val di Zoldo

Si arriva a un punto in cui c’è bisogno di respirare aria nuova. Accade anche a chi, come me e Luca, esercita un mestiere sempre nuovo, stimolante, all’aria aperta. Non si può parlare di stress – saremmo ingiusti a usare questo termine – quanto piuttosto della necessità di sentire noi stessi al centro della nostra attenzione, di stimolare la propria curiosità invece che quella degli altri. Ci si aspetta che un accompagnatore di media montagna, per spezzare dalla routine, scelga il mare, una città d’arte, un festival musicale…invece il primo pensiero è caduto, manco a dirlo, su qualche montagna. Chi meglio di noi è consapevole delle ricadute benefiche di un trekking di rifugio in rifugio. Già ci si sente più freschi aprendo una mappa, osservando le forme delle vallate, leggendo toponimi e quote, scorrendo le dita sulle linee tratteggiate dei sentieri, come ad immaginarsi quanto potrebbe essere bello camminarci.

Gli ingredienti sono quelli giusti: un territorio da noi quasi sconosciuto, una buona amicizia, pianificazione-sì-ma-non-troppo, un po’ di incertezza meteorologica, tante cose da raccontarsi. Il risveglio in una casa seicentesca affacciata sulle Dolomiti, il giorno dopo una fredda perturbazione già lontana, è la giusta partenza per un trekking. Durante la prima parte del cammino il bosco ci lascia intravedere il Re Pelmo e la Regina Civetta vestiti di un nuovissimo vestito bianco. Salendo di quota, la vista si allarga all’Antelao, alle Dolomiti Friulane, al Cadore. Antichissime isole si sono trasformate in torri gigantesche che bucano la coperta verde delle selve.

Girare attorno alle pareti verticali del Pelmo, fino ad accarezzare con lo sguardo i pascoli delle Tofane, camminando però sulla neve soffice, sarebbe già bastato a rendere la giornata perfetta. Ma il divertimento di scivolare su teneri ghiaioni per perdere quota e poi risalire a rilento per mulattiere fino a raggiungere il rifugio dove bere una birra, mangiare deliziosamente e fare nuove amicizie, hanno contribuito a farci addormentare col sorriso.

Al risveglio, la rinuncia a scalare la Civetta a causa della neve, viene compensata dalla visione della Marmolada in equilibrio sulle nuvole e da un itinerario di giornata pieno di emozioni, quasi nella solitudine. Un percorso lungo e impegnativo, con scorci sulla Zoldana diversi dopo ogni cengia attraversata. All’arrivo il rifugio regala un nonsoché di esotico, di internazionale. L’indomani più che le gambe mettiamo in azione la concentrazione e le mani. Pendenze vicine alla verticalità rendono l’escursione molto simile all’arrampicata, intermezzata solo da attraversamenti su cengie spettacolari, orientate verso le Pale di San Martino e le Dolomiti Bellunesi. Giunti in cima alla San Sebastiano il panorama è indescrivibile: dalla laguna a sud fino alle estremità settentrionali delle Dolomiti. Ma siamo ancora a un quinto del percorso, la giornata si fa dura e la fatica fa lavorare la fantasia. Si arriva in tempo per la cena e per fare nuove amicizie, nonostante la stanchezza si vorrebbero passare le ore a chiacchierare dei cougar e dei coyote, del centro sociale e dell’Alta Via Numero 1.

L’ultimo giorno è la discesa, il ritorno a valle e, come ogni viaggio che sta per finire, la serenità acquisita si mischia a un po’ di malinconia. Tolti gli scarponi di nuovo in Val di Zoldo – terra di gelatai – basta una fresca coppa cremosa per lasciarci alle spalle la fatica. Il saluto alle selve e alle Dolomiti è un arrivederci. Sarebbe bello ritornare su questi sentieri magici, sarebbe bello farlo con te.